PROJECT LIFE CYCLE : PHASE 3 – EXECUTION ICELAND F35

Autore: Giovanni Lastoria   | Dicembre 2023

PROJECT LIFE CYCLE : PHASE 3 – EXECUTION ICELAND F35

Siamo quindi arrivati alla fase di esecuzione del progetto.

Sarà stata efficace la “Phase 2 – Planning”? Avremo pensato a tutto o abbiamo sottovalutato qualche aspetto nascosto che si rivelerà determinante?

Vediamo cos’è successo, senza prima ricordare da dove siamo partiti.

La scommessa era quella di non ricadere nella statistica che vuole il 70% (circa) dei progetti fallire per una delle seguenti cause: 
· Lack of Planning
· Inconsistently Defined Resources
· Unclear objectives
· Lack of detail control
· Lack of communication  

Man backpacking

Bene!Pronti via, il giorno prima della partenza riceviamo un simpatico messaggio dalla compagnia aerea che “a causa di un aeromobile di dimensioni ridotte, non garantiva la partenza a tutti i passeggeri”. Facce atterrite e preoccupate di tutti i viaggiatori in attesa, la mattina della partenza. Alla fine, però vinciamo la lotteria, si perché esattamente di questo si è trattato e così riusciamo a prendere il volo. Conoscevo già lo scenario fino a dopo Londra, ma da sopra la Scozia, guardare il paesaggio è stato come ritornare indietro nel tempo. Le colline scozzesi richiamavano alla mente i cavalieri medioevali, mentre ancora più a nord, in corrispondenza delle Highlands, potevi immaginare gruppi di guerrieri vichinghi sbarcati dai loro dreki. Dopo un po' di mare artico, arriva lei. Complice probabilmente una giornata classica locale, quindi grigia e nuvolosa, l’impatto non è stato dei migliori. Il mare intorno di un grigio scuro, davvero poco invitante, i colori del terreno piuttosto spenti tra il grigio, marrone e verde. Per un attimo il pensiero “…ma perché abbiamo fatto questa cosa?!”, si è anche palesato nella mente, ma è subito svanito non appena atterrati e la curiosità e la voglia di scoprire quel territorio, fino a quel momento conosciuto solo attraverso libri, video e foto, ha prevalso su tutto.

Lasciato l’aeroporto, prendiamo il bus che ci porterà a Reykjavík. Veloce tappa nell’hotel in cui alloggeremo l’ultima notte, prima di rientrare in Italia, solo per lasciare un cambio pulito. Quindi prendiamo l’autobus 57 che ci porterà a nord, a Blönduós di preciso.

Quattro ore di viaggio dove rimaniamo affascinati dal continuo mutare del paesaggio. Si passa dalle classiche ed estese verdi praterie, a distese di terreno lavico tra il grigio e il nero. Per un tratto si alternano crepe scomposte nel terreno, il tratto dopo ci si imbatte in corpi di lava solidificata, spesso simili nella forma, tali da sembrare sculture di un museo di arte moderna.

Arriviamo a destinazione, sono circa le 23 e siamo in piedi da circa 20 ore. La mente segnala anche un po’ di stanchezza, ma il corpo non ne vuole sapere, carico di energia come poche altre volte. C’è una ragione in effetti, un’illusione più che altro, il sole è ancora alto in cielo e sembrano le 11 del mattino. 

The Hub article, picture of an empty road with a speed limit sign

Ci aspetta la prima cena liofilizzata, Fabio sceglie un riso e lenticchie, io mi butto su un più sostanzioso manzo e purè. Acqua bollente nel sacchetto per 8 minuti ed è tutto pronto, si mangia direttamente nel sacchetto, non devi nemmeno lavare i piatti. Nanna e sveglia alle 7, pronti per i primi 27 km.

Manovra per portare lo zaino in spalla, ultima stretta ai tiranti per bilanciare bene il peso sulla schiena e via. I primi due/tre chilometri dicono poco, siamo nei dintorni di Blönduós, ci sono ancora troppe case e fattorie, ancora troppa presenza umana.

Dal quinto chilometro, a parte la strada sterrata, siamo totalmente immersi nella natura e soli. Ogni tanto un branco di cavalli si fa avanti, a volte da lontano a volte a portata di carezza. Alcuni uccelli si alternano girando intorno a noi, in cerchio, emettendo uno strano vibrare con le ali quando si buttano in picchiata, sembrano accompagnare il nostro cammino. Solo più tardi capiremo che sono lì per controllare questi strani tizi che si stanno addentrando nel loro territorio. Siamo evidentemente una presenza non usuale.

Tutto intorno, silenzio compreso, è decisamente affascinante, ci sono però due aspetti che iniziano a farsi sentire. La prima è la temperatura esterna, ci si aspettava una temperatura di 10/12 gradi, ne misuriamo 17/18 e il sole, abbiamo detto, continua a guardarti fisso in fronte. Questo ci porta a effettuare più soste di quelle previste. Arriviamo alla meta, avendo però speso più energie di quelle che avevamo ipotizzato. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia, ma di poco però e contiamo di recuperare il giorno dopo. Non sarà così! Si ripropongono le stesse condizioni meteo, lo zaino più pesante di quanto era stato stimato in Fase 2, inizia anche lui a dire la sua e il fisico sembra più subire che abituarsi e adattarsi alla sua presenza. In più inizia il tratto in salita. Il secondo giorno si chiude, con un po’ di fatica, sempre gratificati dal paesaggio e dall’idea di essere da soli, in un territorio che ti riporta davvero a percepire sensazioni primordiali, decisamente inimmaginabili per noi che viviamo circondati da ogni tipo di comodità e tecnologia.

Skyline 1

Momento sensazioni: viviamo tutti in case comode con ogni tipo di confort. Trovarsi di colpo ad avere tutto il necessario in uno zaino, provoca un certo turbamento, da un lato c’è il timore di confrontarsi in modo diverso con le condizioni atmosferiche. A casa, se piove, c’è vento, fa freddo, normalmente non ci viene nemmeno da pensarci su, si va in un luogo al chiuso, punto. Qui devi pensare ad affrontare in qualche modo quelle condizioni, hai una tenda ma devi montarla nel modo corretto per non far bagnare l’interno, trovare una posizione corretta per prendere il vento di taglio. Man mano si acquista una certa consapevolezza e quei due metri quadrati coperti, diventano davvero il tuo rifugio, ogni centimetro, ogni tasca, ogni cordino all’interno della tenda diventano un riferimento importante e una nuova sicurezza. Come sempre l’uomo si adatta ad ogni condizione che si trova ad affrontare e tornare la sera in quei due metri quadrati, ti fa sentire comunque fortunato di avere un riparo, vento, pioggia o freddo che possa esserci all’esterno.

Il gap dei chilometri però non è stato colmato, anzi si è allungato ancora un po’, ma nulla di preoccupante per il momento. Un pensiero però inizia a martellare in mente, siamo troppo legati ai tempi e lo spirito deve sempre stare vigile e sul pezzo, pronto a fronteggiare qualsiasi situazione critica. Siamo al terzo giorno, il sole è sempre lì di fronte a noi, mai stanco. La giornata inizia con il supporto di una sostanziosa colazione apportata dal MaddaPorridge, un mix di noci, uvetta, mandorle e fiocchi d’avena, da bagnare con latte condensato e acqua, un buon caffè e si è di nuovo pronti per partire. Oggi si raggiungono i due laghi di Gilsarlon e Gilsvatn. Siamo lenti! Camminiamo uno davanti all’altro a 8/10 metri di distanza, ogni tanto ci guardiamo e proseguiamo, stiamo capendo e rendendoci conto della stessa cosa. Quel pensiero che la sera precedente aveva iniziato a martellare, si fa sempre più presente. Continuiamo a camminare, proviamo ad accelerare il passo caricandoci a vicenda, sempre senza parlare. Si alza il vento, non è un vento caldo ed è di traverso anche quello. Sappiamo entrambi che dovremo fare una valutazione al punto in cui arriveremo in serata, sarà il nostro SAL urgente. Ci fermiamo per una sosta pranzo e per filtrare l’acqua che è terminata e ripartiamo dopo poco, dobbiamo raggiungere i due laghi che per ora vediamo in lontananza. Con un ulteriore sforzo arriviamo alla sosta della terza sera oltre i due laghi, predisponiamo il nostro rifugio e mentre ci gustiamo un’ottima pasta alla bolognese, diamo inizio al nostro SAL straordinario. Fino a quel momento abbiamo agito con un approccio classico waterfall, stiamo per affrontare un momento critico e ci spostiamo automaticamente in una modalità più Agile. Capiamo che abbiamo accumulato troppo ritardo, siamo troppo lontani dal punto in cui dovremmo essere e troppo vicini al nostro punto di non ritorno. Va presa una decisione e va presa quella sera: davanti a noi abbiamo ancora molti chilometri di sola natura, il primo punto di ristoro abitato è a GLJÁSTEINN a circa una settantina di km, dietro di noi a pochi km la stazione idroelettrica di Blöndustöð Landsvirkjunar. Andando avanti potremmo comunque arrivare alla meta, ma probabilmente non nei tempi che abbiamo a disposizione. La decisione sta nel provare a proseguire, con il rischio di non riuscire comunque a completare il percorso in tempo, passando i prossimi giorni con un carico mentale che potrebbe portare a risvolti molto negativi, oppure ritornare sui nostri passi e attuare quel piano B a cui pensavamo di non dover attingere. L’analisi attenta degli elementi che avevamo a disposizione ci ha fatto propendere per riprendere i nostri passi, nelle Lessons analizzeremo meglio i motivi della scelta che non è stata per niente facile, né indolore.

Man walking along the ocean

Landscape

Momento sensazioni: ci vuole un buon grado di equilibrio personale ad affrontare una situazione simile con il proprio compagno di cammino. Entrano in gioco diversi fattori: le ambizioni e aspettative che ognuno di noi ha sul viaggio, la propria condizione fisica e mentale nell’affrontare la parte rimanente del cammino la capacità o volontà di riconoscere il fallimento. Non è stato un confronto semplice da affrontare anche se io e Fabio ci conosciamo da vent’anni. Come ho scritto in altre occasioni, lo sport (un trekking impegnativo in questo caso) concentrano in un momento, ciò che in un progetto o nella vita si distribuisce in un tempo maggiore. Quella sera si poteva rischiare di fallire non solo nel viaggio in sé, ma in un’amicizia di lunga data e nell’immediato su come si sarebbe andati avanti nei giorni rimanenti. Sono stati necessari momenti di isolamento personali, per raccogliere i pensieri, fare i conti con la realtà, affrontare la situazione in modo deciso, così come era richiesto. La sera nella tenda il silenzio era rotto solo dal vento fuori che a forti raffiche, forse, ci voleva far presente cosa avremmo potuto affrontare andando avanti. La lucidità di ognuno di noi, il rispetto, la razionalità e l’equilibrio che entrambi abbiamo (evidentemente) ci hanno permesso di prendere una decisione, sicuramente sofferta, ma comune e soprattutto definitiva. Nonostante la fatica della giornata non fu facile prendere sonno quella sera.

Il mattino dopo è stato sempre quel pensiero fisso a svegliare entrambi. La delusione era davvero palpabile, poche parole, minuti di sguardi rivolti verso sud, a percorsi che ormai avremmo solo continuato ad immaginare. Con ritmi decisamente lenti e con un livello di energia in riserva, abbiamo raccolto le nostre cose e seguendo la stessa strada, ma con un percorso mentale differente, ognuno ha preso consapevolezza del nuovo corso. In modalità Agile, avremmo dovuto definire il nostro obiettivo ad ogni ciclo di sprint, la cui durata per noi sarebbe stata giornaliera, per i prossimi sette giorni. Poi, come spesso accade in tutte le cose o nei progetti gestiti con consapevolezza, arriva sempre un punto di svolta che però bisogna saper cogliere.  Molti la chiamano fortuna, altri caso, noi PM la associamo maggiormente alla una capacità di non abbattersi e di creare relazioni.

Nei pressi di Blöndustöð Landsvirkjunar, incontriamo una coppia di tedeschi che si era avventurata sulla F35, iniziamo a parlare delle rispettive intenzioni sull’isola, prepariamo loro un “buon” caffè, sempre rigorosamente liofilizzato, tra una chiacchiera l’altra, si offrono di darci un passaggio fino alla prima stazione di servizio. Per noi significa avere nuovamente a disposizione quasi tre giorni in più di permanenza sull’isola, accettiamo più che volentieri. In poco più di un’ora siamo alla stazione di servizio, in attesa del bus che ci porterò ad Akureyri. Quelli che sembravano essere 7 giorni di triste rientro da un obiettivo fallito, si trasformano in pochi minuti in una nuova pianificazione. Arrivati in città, noleggiamo una macchina e decidiamo di percorrere tutta l’isola in senso orario, fermandoci ogni volta in una nuova zona, in corrispondenza di percorsi di trekking interessanti, comunque, al di fuori di quelli usuali. In modalità Agile, sprint dopo sprint, giorno dopo giorno immortaliamo nei nostri dispositivi elettronici le cascate di Godafoss, Gullfoss, Skogafoff, Svartifoss, più svariate altre lungo i tragitti in auto. Trekking nel canyon di Ásbyrgi la cui leggenda narra che l’area si sia formata da uno zoccolo del cavallo di Odino appoggiò sul terreno, trekking ai piedi del ghiacciaio Vatnajokull, più alcuni altri cammini su e giù dai fiordi orientali dell’isola, oltre alle classiche Diamond Beach e Black Beach.

Gestendo in maniera razionale una situazione molto critica, valutando tutti gli elementi di quanto completato e quanto rimaneva da completare, riposizionando gli obiettivi e provando a percorrere nuove soluzioni, abbiamo ottenuto come risultato circa 220 kilometri di percorsi a piedi e quasi 1400 in macchina. Più di tutto però è il valore che siamo riusciti a dare al viaggio nel complesso e la soddisfazione del cliente che è stata pienamente raggiunta, nonostante un obiettivo iniziale decisamente diverso.

I dettagli più tecnici e le lesson learned finali , li troveremo nell’ultima parte del racconto, la relazione di chiusura del progetto.